Cartiera M.

 Giugno 2024.

Premessa

Questo PIN non so come fosse finito sulla mia mappa, nemmeno come si chiamasse quell’insieme di edifici semidemoliti in un paesino di provincia come tanti altri. Un po’ tappabuchi, un po’ vuotone, le aspettative erano oltremodo basse e invece si rivelò essere un posto quasi magico.

Storia

Cartiera nata nel diciannovesimo secolo, è rimasta un punto di riferimento lavorativo per la zona fino all’inizio del nuovo millennio, quando è stata acquisita da una multinazionale estera. Dopo pochi anni arrivarono la delocalizzazione e l’inizio della fine. Nel 2020 iniziò la demolizione; meno di due anni dopo la nostra esplorazione il complesso era ormai quasi completamente scomparso.

Esplorazione

Quel giorno io e Ashira Shots arrivavamo da due esplorazioni già piuttosto soddisfacenti e come anticipato nella premessa, l’approccio a questo stabilimento fu senza alcuna pretesa e nella totale ignoranza riguardo quello che avremmo potuto trovare. Dall’esterno vedevamo spazi vuoti che una volta erano occupati da edifici, reti abbastanza recenti, mucchi di macerie e numerosi graffiti, uno scenario decisamente poco invitante, il tutto condito da una giornata di fine primavera decisamente molto calda. A ogni modo, dopo un ingresso piuttosto semplice, raggiungiamo i primi capannoni. Il giudizio iniziò a cambiare molto presto. Uno spogliatoio e degli uffici arredati e contenenti ancora faldoni di documenti furono decisamente inaspettati. A parte il fisiologico disordine e un po’ di scritte sui muri, i locali regalavano scorci interessanti, specie grazie a numerose pozzanghere, muschi verdi e vegetazione rigogliosa.

Usciti da quei primi capannoni, risaliamo una strada interna circumnavigando un altro grande edificio e notiamo al centro di un piazzale quella che sembra proprio essere una grande e antica villa. L’esperienza esplorativa acquisita in questi stabilimenti industriali nati nel diciannovesimo secolo mi ha insegnato che spesso questo tipo di costruzioni ospitavano gli uffici direzionali o addirittura anche l’abitazione dei proprietari. Questa villa non fa eccezione. All’ingresso ci accoglie una colonna di marmo scuro con un’iscrizione dorata dedicata a un Senatore e Cavaliere del Lavoro. Sulla sua sommità doveva originariamente trovarsi una scultura, probabilmente un busto o una testa raffigurante il personaggio a cui è dedicato il monumento. Gli ambienti sono caratterizzati da soffitti molto alti e ampie stanze, successivamente suddivise mediante pareti prefabbricate per ricavare un maggior numero di uffici. Le plafoniere al neon e gli arredi per ufficio degli anni Settanta hanno finito per nascondere gran parte dell’eleganza originaria della palazzina. A testimoniare il suo antico splendore rimangono però le grandi finestre, le decorazioni sopra le porte a doppia anta con vetri satinati e alcuni pavimenti originali, sopravvissuti alle numerose trasformazioni subite nel corso degli anni. Su una parete è ancora affisso un avviso del 1995, nel quale la direzione comunica l’adozione di una politica di tolleranza zero nei confronti dei responsabili dei sempre più frequenti furti di denaro e oggetti personali negli spogliatoi, nonché degli atti vandalici ai danni dei beni di uso comune messi a disposizione dall’azienda.

Abbandoniamo la palazzina per entrare nell’edifico circumnavigato in precedenza. I primi ambienti in cui ci troviamo sono bagni e altri spogliatoi. La caratteristica di questi locali è la presenza di un grosso tubo azzurro per l’aria calda o fredda che serpeggia attraversando tutti gli ambienti. Lo seguiamo fino a trovare il locale che ospitava i motori e i pannelli elettrici dell’impianto di climatizzazione.

Poi usciamo nuovamente all’esterno in una specie di cortile dove sono cresciuti degli alberelli sul cemento; alcune zone sono pesantemente allagate e uno strato di sabbia e fango copre il pavimento dei capannoni che vi si affacciano. Ma tutta quell’acqua non poteva essere solamente piovana, ed infatti dopo poco ne avremmo scoperto l’origine. Girato un angolo ci troviamo di fronte uno scenario incredibile, spettacolare. Un grande capannone, dove del tetto è rimasta solo l’ossatura, è diventato la culla di un vero e proprio ecosistema. Il suolo è allagato e ovunque si sente lo scorrere dell’acqua; piante e alberi sono cresciuti rigogliosi, protendendosi verso la luce filtrata dal tetto ormai scomparso.

Una scala sale verso un ballatoio che ospita l’ingresso di alcuni locali. Entro, si tratta di un paio di laboratori chimici, purtroppo abbastanza svuotati della strumentazione ma con ancora gli arredi al loro posto. Su un tavolo c’è una Gazzetta dello Sport del 2008.

Non c’è molto altro, quindi torno al livello del suolo. In una stanza di fianco alla palude descritta prima notiamo un fiotto d’acqua uscire dal pavimento e che, seguendo la pendenza del suolo, va ad alimentare lo specchio d’acqua. Camminando sul bordo sinistro dell’acquitrino ci imbattiamo in diverse vasche di cemento completamente piene e interi locali allegati da diversi centimetri di acqua. Probabilmente una presa d’acqua collegata al vicino fiume era rimasta parzialmente aperta, alimentando quella strana sorgente.

Risaliamo la scala e mentre A.S. va nei laboratori, io rimango su quel ballatoio, che poi non era altro che un pavimento in parte demolito e quindi diventato un belvedere sulla palude e sul capannone. Mi siedo sul bordo, con le gambe a penzoloni e mi perdo completamente in quell’atmosfera di pace. La brezza che muove le foglie, le rane che gracidano e saltano di tanto in tanto, il gorgoglìo dell’acqua che scorre. L’unico richiamo alla realtà è il rumore delle auto che passano sulla strada ma che spariscono man mano che mi rilasso completamente. All’improvviso percepisco dei passi, A.S. mi ha raggiunto e senza dirmi nulla mi aveva scattato una foto in quel momento unico, una foto per cui le sono stato davvero grato perché ha catturato veramente un momento bellissimo in cui ero in completa simbiosi con il luogo abbandonato. Uno scatto che ancora oggi considero uno dei ricordi più belli di quella giornata.

Dopo esserci riposati e ricaricati in quell’atmosfera idilliaca, riprendiamo la nostra esplorazione. Un nuovo edificio ci attende. Saliamo le scale fino al primo e ultimo piano e ci imbattiamo in diversi locali creati con pareti di cartongesso all’interno di questo antico edificio. Qui ci sono diversi laboratori, purtroppo parecchio in disordine; le scritte sui muri sono nient’altro che la firma degli idioti che ci hanno preceduto. L’ammodernamento dello stabile, unito al vandalismo rendono questi ambienti poco interessanti dal punto di vista fotografico. Quello che invece merita è la scala che percorriamo per scendere nuovamente, dalle pareti quasi completamente ricoperte di muschio e muffa verde. Al piano terra ci sono degli uffici, delle sale riunioni anche queste dallo stile moderno e parecchio disastrate.

Torniamo all’esterno e ci dirigiamo verso una zona ancora da esplorare. Un edificio parzialmente demolito, che si affaccia sul proseguimento della palude che esce dal capannone e che si perde in mezzo a un vero e proprio boschetto in crescita. Alcuni cartelli rimasti sulle pareti ci fanno capire che l’area era adibita alle cisterne dei prodotti chimici, come il Solfato d’Allume o la Soda Caustica. Procediamo sul bordo di pavimenti che si interrompono bruscamente affacciandosi sul vuoto, completando tutto il perimetro di quell’improvvisata area verde.

Ora è la volta di un capannone rettangolare completamente vuoto ma con delle grandi pozzanghere a terra che regalano scenografici riflessi per le nostre fotografie. Siamo vicinissimi al fiume e il rumore della piccola cascata dall’altra parte del muro ci fa da colonna sonora.

Ci manca da esplorare la zona a sud, che dalla mappa vediamo essere una grande distesa incolta disseminata di piccoli edifici. Alcuni di questi sono piccoli capannoni vuoti molto vecchi e assediati dalle piante rampicanti; di fronte c’è una vecchia macina per la carta in pietra bianca, sistemata su un basamento di cemento, a mo’ di monumento storico. Poco distante ecco la pesa per i camion e una grande vasca circolare di cemento. In un piccolo capannone vicino al cancello d’ingresso principale c’è un locale che probabilmente era in uso alla RSU interna, infatti sulle bacheche troviamo diverse fotografie di un corteo del sindacato e articoli di giornale che parlano del rischio chiusura della cartiera. Continuiamo a camminare tra le sterpaglie ma i piccoli edifici rimanenti sono mezzi crollati e inavvicinabili a causa della vegetazione. Torniamo quindi sui nostri passi verso l’uscita, piuttosto soddisfatti da questa piacevole scoperta.

Conclusioni

Dopo questa esplorazione mi ero ripromesso di tornare in questa cartiera in inverno, per vedere la palude ghiacciata e tutto l’ecosistema in un’atmosfera completamente diversa. Purtroppo, preso dalla smania di esplorare luoghi sempre nuovi ho continuato a rimandare, prima all’inverno successivo e poi a quello seguente… finché non ho appreso della demolizione pressoché totale pochi mesi fa. Peccato. Più che per la cartiera in sé, per quell’angolo di natura che si era lentamente ripreso i suoi spazi, creando un luogo sospeso, lontano dal mondo pur trovandosi a pochi metri dalla vita di tutti i giorni.

Le foto qui presenti risalgono a Giugno 2024.

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