Febbraio – Dicembre 2023.
Premessa
Durante l’inverno 2022/2023 iniziarono a circolare le prime fotografie di questa fabbrica. Con un po’ di ricerche riuscii a trovarla e la misi nella lista dei posti da esplorare. Quando altri membri di Lost Italy visitarono il luogo prima di noi e ci fornirono numerose informazioni utili per l’esplorazione, non esitammo oltre: così, io e il solito M.D., in una mite mattina invernale, partimmo alla volta della fabbrica.
Storia
Lo stabilimento ha le sue origini a metà dell’Ottocento, con successivi ampliamenti negli anni Trenta del Novecento. Con il passare dei decenni la produzione del lanificio ha subito un calo graduale, dovuto alla concorrenza estera e al mancato rinnovamento tecnologico. Nel 2010 la chiusura definitiva.
Esplorazione
Febbraio 2023
L’ingresso nella fabbrica è relativamente semplice. Ci troviamo subito in un’area ad uso magazzino, con locali adibiti a officina ricambi e spogliatoi per gli operai. Su un tavolo ci sono dei registri compilati a mano con partite e quantità dei tessuti, datati 1983.


Al muro troviamo un sistema di posta pneumatica, una tecnologia che trovo affascinante e che a suo tempo doveva essere molto comoda e avveniristica. Provo a immaginare quanta manutenzione richiedesse un impianto del genere. Era una tecnologia affascinante, ma penso che, per quanto meno romantica, la posta elettronica offra vantaggi ormai imprescindibili.

Prendiamo una scala che sale fino all’ultimo piano del capannone, dove un enorme ambiente con soffitto a shed è stato chiaramente svuotato, lasciando qua e là pallet, scatole ma anche qualche macchinario tessile forse troppo obsoleto per essere riutilizzato. Su uno di questi ci sono ancora caricate delle spolette di fili in diversi colori.




Scendiamo nell’edificio attiguo dove ci imbattiamo in alcuni laboratori e uffici tecnici. Arredamento in legno e vetrate satinate rivelano l’età dell’edificio. Nel laboratorio chimico rimangono delle apparecchiature, reagenti e dei resti di informatica vintage come la documentazione MS-DOS 6 e scatole di schede video vecchie di trent’anni.


Camminando in un corridoio sentiamo un odore ben conosciuto uscire da una stanza; un profumo originato dal mix tra muffa, oli industriali e sostanze chimiche. In un angolo, sul muro in cemento, sotto ad un’infiltrazione del tetto, sono cresciute rigogliose delle felci. Si tratta di un locale che ospitava dei pannelli elettrici, infatti sul pavimento ci sono le tipiche canaline per i cavi e a terra rimangono numerose batterie al piombo ancora collegate tra loro. Chi le smaltirà mai?

Dopo aver oltrepassato una postazione PC di fortuna vicina a una grossa bilancia arriviamo in un altro grande spazio aperto, un magazzino dove buona parte del pavimento è ricoperta da una pianta rampicante ormai secca. I rami si sono arrampicati sulle pareti e sugli oggetti dimenticati, come un macchinario tessile che ne è stato ricoperto.




Procediamo oltre, ci aspetta un magazzino dotato di un nastro a rulli e di un piccolo montacarichi per il movimento degli scatoloni da e verso il piano sottostante. Diversi scatoloni numerati sono ancora sugli scaffali del magazzino, dove giacciono anche due muletti elettrici.

Continuiamo a spostarci verso ovest, raggiungendo la palazzina che ospitava uffici e sale di controllo qualità, locali molto luminosi grazie alle finestre e dotati di lampade per l’analisi visiva dei filati. Sui grandi tavoli in legno ci sono ancora campionari con decine di fili etichettati in diversi colori.





I dettagli da fotografare sono tantissimi e ormai è arrivata l’ora di pranzo. Da una finestra usciamo sul tetto di catrame e riparati dagli altri edifici mangiamo i nostri panini, riscaldati da un piacevole sole invernale. Pranzare sul tetto è una cosa che cerchiamo sempre di fare quando possibile, è rilassante ed è un modo per mangiare in un ambiente più salubre rispetto ai locali ammuffiti e polverosi.


Dopo aver riposato un po’ ricominciamo l’esplorazione, raggiungendo degli uffici relativamente più moderni. Qui purtroppo i vandali hanno raso al suolo quasi tutte le vetrate di un giardinetto interno che prendeva luce da un lucernario soprastante; a terra ci sono ancora mucchi di terra e di palline di argilla dove una volta ci dovevano essere le piante.


Mentre stiamo per imboccare un corridoio esterno, un vero e proprio ponte tra due diversi edifici, sentiamo dei rumori avvicinarsi. Si tratta di altri tre esploratori che si stavano spostando in direzione contraria alla nostra; ci tratteniamo qualche minuto con loro scambiandoci informazioni e impressioni sul luogo, poi proseguiamo per arrivare agli uffici più prestigiosi, quelli della dirigenza.

Porte in legno con vetrate colorate, boiserie, armadi e librerie di pregio, anche un caminetto all’interno di un ufficio. Tra questi locali c’è anche il locale CED, un vero museo dell’informatica con grossi calcolatori degli anni ’80, server AS/400, stampanti ad aghi, macchine da scrivere, floppy disk in quantità. Di fianco a questa stanza c’è un archivio colmo di raccoglitori colorati ancora pieni di documenti.






Sempre più verso Ovest, ci avviciniamo all’ingresso principale dello stabilimento e quindi attraversiamo lo showroom, una grande stanza dal soffitto a specchio, un lungo bancone circolare per esporre i tessuti e alle pareti numerosi scaffali ed espositori. Siamo arrivati proprio all’ingresso, con una scenografica scala che scende alla reception. Ringhiera in legno, passatoia di moquette e diversi vasi una volta ricchi di piante davano ai visitatori un’immagine di prestigio dell’azienda.


Una scrivania e una guardiola erano le postazioni di lavoro del receptionist; ci sono ancora i monitor delle telecamere e il telefono del centralino. Nel locale guardiola ci sono dei mobiletti che ospitano ancora gli elenchi telefonici di decine di province italiane, datati 1995/96. Non può mancare un pannello con gancetti a cui sono appese ancora quasi tutte le chiavi dei locali di servizio, autorimesse, lucchetti.


Scendiamo qualche gradino che conduce in un lungo corridoio il quale presenta molte porte sia a destra che a sinistra. Qui troviamo uno spogliatoio con armadietti per i dipendenti e poi l’infermeria, con un lettino/barella e la scrivania del dottore. Oltrepassata una stanza usata come magazzino per vecchie macchine da ufficio, tra cui un IBM Sistema 3 e un videotelefono Terminatel SIP, c’è un grande locale palesemente teatro di un incendio. Il soffitto e le pareti sono neri e dove in seguito si è staccato l’intonaco, la luce del sole crea l’illusione di minuscole scaglie d’oro. Sono sopravvissuti dei tavoli e degli scaffali contenenti documenti e campioni di fili, mentre altri mobili sono ormai scheletri neri.

Il locale attiguo è la logistica, facile da riconoscere grazie alle etichette per le spedizioni, alla mappa del globo e ad altro materiale che ci ha fatto capire che i tessuti di questo lanificio venivano esportati praticamente ovunque.


In fondo al corridoio arriviamo alle scale padronali che portavano agli uffici dove siamo stati in precedenza. In fondo alla tromba della scala c’è un vecchio macchinario metallico (forse per la stampa?) e decine di scatoloni pieni di etichette. Qualche decerebrato, per fare delle foto glamour o per puro divertimento, ha rovesciato dall’alto della scala centinaia di queste etichette simili a Post-It, che ora coprono gradini e pavimento come dopo una nevicata. Per fortuna l’umore migliora quasi subito, quando arriviamo in un reparto che ospita dei telai semiautomatizzati, ognuno con il suo terminale video e tastiera veramente “vintage”.



Sui banchi da lavoro ci sono ancora dei tessuti e molti dettagli lasciano a intendere come se le operaie avessero appena finito il loro turno. Foto di cagnolini e gattini, disegni appesi, persino uno specchietto per rendere un po’ più umana la postazione di lavoro, un lavoro probabilmente molto ripetitivo. In un locale attiguo sono state raccolte particolari macchine da cucire con ruote, forse andavano a posizionarsi di fianco ad altri macchinari fissi per effettuare lavorazioni particolari. Viste così in gruppo sembrano dei piccoli robottini metallici usciti da qualche vecchio racconto di fantascienza.

Altri uffici, altri schedari, computer e altri terminali della posta pneumatica. La fabbrica sembra non finire più. Entriamo in un altro capannone vuoto dal tetto semi circolare; vicino ad una parete un vecchio armadio di legno sta cedendo sotto il peso di tutti i faldoni che contiene, piegandosi lentamente sotto il proprio peso, ormai prossimo a crollare.



Attaccati ai muri ci sono dei vecchi cartelli di divieto, molto belli, con le loro grafiche vecchie di decenni. In un angolo giace una vecchia macchina da cucire Singer che sta letteralmente cadendo a pezzi, mentre dei carrelli probabilmente costruiti artigianalmente con tavole di legno e piccole ruote sono appoggiati in verticale alla parete.


Stiamo tornando verso il punto di ingresso, attraversando continuamente spazi ed ambienti sempre nuovi. È la volta dei macchinari tessili, di diversi tipi, ancora presenti e in certi casi con ancora dei tessuti caricati tra i rulli. Ci sono delle specie di vecchi tini di legno, macchine più moderne con grandi rulli e pannelli di controllo ricchi di interruttori e spie luminose. Molti sono stati spostati e portati via, si capisce dai basamenti in cemento rimasti e dai tubi penzolanti che scendono dal soffitto.









Ma la nostra esplorazione non è ancora finita; camminando ancora ci ritroviamo in alcune officine di manutenzione, dove sono presenti banchi da lavoro, scaffali e armadi in legno, probabilmente vecchi più di sessant’anni ma che potrebbero essere ancora utilizzati per altrettanto tempo. Attaccate dentro le ante di uno di questi armadi ci sono delle fotografie di pin-up probabilmente ritagliate da riviste degli anni ’60 o ’50. In un angolo della stanza c’è una grande e rugginosa sega a nastro, mentre in un altro c’è una cappa per aspirare i fumi di saldature o di altre lavorazioni che producevano emissioni nell’aria.



Dopo qualche altra foto usciamo davvero e ci portiamo davanti all’ingresso principale della fabbrica per alcuni scatti all’esterno. Non sapendo ancora che saremmo stati nuovamente qui qualche mese dopo.


Dicembre 2023
Non posso esplicitamente raccontare il vero motivo per il quale a distanza di mesi mi trovavo ancora lì, diciamo che siccome eravamo già in zona c’era una verifica da fare. Così eccomi mentre passo di fianco ad un cancello sporgendomi sopra un salto di alcuni metri per poi dirigermi verso un edificio non esplorato durante la precedente esplorazione. In effetti il mio obiettivo principale era un altro ma con non poca sorpresa mi trovai in alcuni ambienti completamente inaspettati. Risultò infatti essere presente all’interno della fabbrica un’intera zona adibita a sede di un circolo dedicato agli ex lavoratori. Ma non era semplicemente un circolino ricreativo, come scoprii da lì a poco.

Il primo locale in cui mi imbatto è una grande cucina ancora completa di elettrodomestici; sulla penisola ci sono la macchinetta del caffè e una moka; di fianco al lavello le tazze sono ancora appoggiate ad asciugare, mentre dalla finestra dietro i fuochi si può ammirare il cortile e l’ingresso dello stabilimento.


Dopo la cucina, una porta mi conduce al soggiorno/sala da pranzo, arredata con mobili in legno scuro; diverse sedie, tavolini rotondi e poltrone devono essere stati testimoni di numerose partite a carte o di scacchi. Sulle pareti, mangiate dall’umidità ci sono diverse fotografie scattate ai numerosi gruppi del dopolavoro in vari luoghi oggetto di gite sociali. Le foto sono etichettate con didascalie con luogo e data, che vanno dagli anni ’70 fino ai primi ’90.



Dopo un ufficio dove ho potuto ammirare delle fotografie aeree dello stabilimento scattate probabilmente prima della seconda guerra mondiale, mi imbatto in un paio di stanze totalmente inaspettate, ossia delle grandi camere del tutto simili a quelle di un ospedale. Letti sollevabili in formica verdina con ruote e comodini nello stesso stile, luci a parete con pulsanti a filo per chiamare gli infermieri, grandi tende oscuranti marroni davanti ai finestroni.


Fa molto strano vedere queste stanze d’ospedale e contemporaneamente fuori dalle finestre gli edifici di una fabbrica. La presenza di una seconda cucina e di ulteriori camere con letti ospedalieri mi fa intuire che gli ospiti allettati probabilmente vivevano qui in pianta stabile. Sinceramente non so se altre fabbriche abbiano mai fornito simili servizi ai loro ex dipendenti, o quanto meno se fino ad epoche relativamente recenti come gli anni ’90. Prima di lasciare questo luogo fotografo un cartello attaccato ad una porta, che recita:
Cari Anziani del Lavoro Siete i Benvenuti in questo Centro d’Incontro, e anche i vostri amici lo sono.
Beh che altro aggiungere?

Conclusioni
Non sono molto soddisfatto dal mio racconto. Il luogo e l’esplorazione avrebbero meritato una migliore narrazione, ma mi è capitato di iniziare a scrivere e poi di incappare in una fase quasi repulsiva verso l’urbex causata dal progressivo degrado dell’ambiente in Italia. Ho fatto fatica a trovare la voglia e la motivazione necessari a terminare, ma andava fatto. Esplorare questa fabbrica fu una bellissima esperienza; ci fece vivere sensazioni simili a quelle vissute nei grandi capannoni della Ditta S. V. ad anni di distanza. Una fabbrica molto grande, con molti ambienti diversi tra loro e ancora ricchi di oggetti e macchinari al loro interno. Non so come sia la sua situazione al momento, so che ci sono stati in parecchi ma non essendo una villa forse la peggio feccia dell’urbex non ha preso la briga di andarci.
Le foto qui presenti risalgono a Febbraio e Dicembre 2023.
