Maggio 2023.
Premessa
Quando ho scoperto dell’esistenza di questo gasometro fui molto stupito sia per la sua forma, diversa da quella circolare a cui ero abituato nei gasometri, sia per la sua collocazione, una città che non avevo mai calcolato in ottica Urbex.
Storia
Costruito negli anni Trenta, serviva a immagazzinare e regolare la pressione del gas illuminante, quello prodotto distillando il carbone fossile, esattamente come accadeva qui: Officina del gas. Dopo essere stato ripristinato in seguito ai danneggiamenti subiti durante il secondo conflitto mondiale, fu convertito in parte all’uso del metano, ma nel corso degli anni il suo utilizzo diminuì progressivamente fino alla chiusura definitiva, all’inizio degli anni Novanta. Ci sono diversi progetti per riutilizzarlo trasformandolo completamente, ma per ora rimane ancora lì a stagliarsi in un parco pubblico, circondato da edifici decisamente più moderni.
Esplorazione
Quel giorno eravamo un gruppo abbastanza nutrito di cinque persone. Il fattore più critico riguardante l’accesso al gasometro era la presenza di personaggi poco raccomandabili nel parco, che oziavano sulle panchine poco distanti. Non volevamo interrompere i loro simposi filosofici e magari innervosirli. Probabilmente il nostro cospicuo numero ci ha garantito una certa tranquillità durante la ricerca e poi l’attraversamento del punto d’accesso. Una volta giunti a tu per tu con questo enorme bestione metallico, abbiamo iniziato a costeggiarlo cercando l’ingresso vero e proprio per l’interno. So che qualcuno si è arrampicato sulle scalette esterne fino al tetto e da lì è entrato dal lucernario e quindi sceso alla base tramite la scaletta centrale, ma non mi sembrava un’opzione considerabile, sia per il rischio di farsi male che per quello di essere visti. Troviamo un vero e proprio pertugio, abbastanza grande da permetterci di entrare.


Il colpo d’occhio è spettacolare, ma è soprattutto l’atmosfera a colpire. L’interno del gasometro sembra un mondo a sé. I suoni esterni arrivano ovattati, quelli all’interno rimbalzano sulle pareti creando eccezionali riverberi. Nell’aria si avverte incredibilmente ancora odore di gas, mischiato a quello del guano di piccione, presente in abbondanza sul pavimento. I dodici lati di acciaio sono illuminati dalla luce del sole che entra dai lucernari sul tetto e che arriva fino al pavimento.

La superficie su cui camminiamo è in realtà il grande coperchio che si sollevava sopra al gas, su cui sono posizionati a raggera dei parallelepipedi in cemento uniti da assi di legno, che probabilmente facevano parte del sistema di zavorra del pistone. Incredibile a pensarci, ma con una breve ricerca si può capire le forze in gioco.
– Inizio parte ancora più noiosa –
Considerando un diametro di circa 28 metri, la superficie del coperchio è di circa 615 metri quadri. La pressione del gas in questi gasometri era molto bassa (anche per limitare le inevitabili fughe) e generalmente compresa tra i 10 e i 30 mbar. Prendendo in esame quindi un valore medio di 20 mbar (2000 Pa) si può calcolare la forza generata dal gas in pressione sul coperchio:
che convertiti in tonnellate equivalenti:
sono quindi circa 125 tonnellate!
– Fine parte ancora più noiosa –
Il peso del coperchio manteneva costante la pressione del gas, che poteva così essere inviato nelle tubazioni verso le utenze. Al centro dello stesso c’è la scenografica scaletta pieghevole che si accorciava e allungava assecondando i movimenti verticali del pistone. Veniva usata dagli operai addetti per scendere dal tetto in caso di necessità e più recentemente da alcuni esploratori urbani per spettacolari selfie. Ho visto anche foto di persone che vi si sono arrampicate con dei fumogeni, no comment. L’immagine di questa esile scaletta che dal suolo sale fino al cielo mi ricorda la pianta di fagioli magici della famosa favola. Comunque, testo la stabilità della scaletta con le mani e dire che sia traballante è riduttivo, oltre che ricoperta di cacca e piume di piccione. Penso che c’è chi mi aspetta a casa e quindi decido che fotografarla dal livello del suolo sarà più che sufficiente. Cadere da una grande altezza qui dentro, dove nemmeno una barella potrebbe entrare, non mi sembra proprio una grande idea.

A parte scattare più o meno tutti le stesse foto, qui non c’è molto altro da fare e dopo qualche minuto decidiamo di uscire tornando all’aria (più) fresca dell’esterno.
Conclusioni
Devo dire che venire qui ne valse la pena, perché seppure ci sia poco da esplorare, è un luogo abbandonato che regala sensazioni e immagini uniche.
Le foto qui presenti risalgono a Maggio 2023.
