Ospedale G.S.

Dicembre 2017.

Esplorazione

Sono le 7:30 del mattino quando, lasciata l’auto, inizio ad addentrarmi nella pineta. Sono ancora circondato dalla nebbia mattutina, con l’aurora che lentamente inizia ad illuminare l’ambiente gelato. La temperatura è di -2° C, ma mi sono imbottito bene, sapendo di dover stare al freddo una giornata intera. Doppi pantaloni, maglia di lana, maglione, giacca da sci, cappello, sciarpa e guantini. Nonostante tutto rimango agile e comodo, oggi si testano sul campo anche le nuove scarpe dedicate all’Urbex. Alla mia destra compaiono i primi edifici abbandonati, un’atmosfera piuttosto spettrale grazie alla nebbiolina e al silenzio interrotto solo da qualche corvo che gracchia qua e là. Ma ecco subito il corpo principale dell’ospedale comparirmi davanti. Ho fretta di raggiungere la chiesa il prima possibile, così alla prima opportunità mi introduco nell’edificio e mi trovo in un corridoio lunghissimo e semi buio. Da solo. Sensazioni bellissime. Cammino guardandomi intorno continuamente, con curiosità e frenesia crescenti a ogni passo. Seguo le indicazioni ricevute dal mio compagno di esplorazione che mi avrebbe raggiunto più tardi e raggiungo la chiesa.

Bellissima, mi fermo a fare qualche scatto da fuori, mentre tutto intorno l’ospedale si rivela poco a poco in tutta la sua maestosa grandezza, illuminato dai primi bassi raggi di sole che fendono la nebbia. Sembra di essere in una piazza, circondati dai palazzi di una città, una città deserta tutta da esplorare. 

La chiesa

Con un piccolo sforzo apro la porta a vetri e sono all’interno. Stupore e meraviglia! Mi trovo sul matroneo, ossia una balaustra che gira tutta intorno alla chiesa come un ferro di cavallo, con le estremità ai lati dell’altare. Archi e marmi con eccezionale vista d’insieme sulla navata centrale. Sopra l’ingresso principale c’è anche l’organo, con lo specchio usato dal musicista per guardare l’altare più in basso alle sue spalle mentre suonava. La luce che entra nella chiesa è poca, siamo quasi in inverno e poco dopo l’alba; tutto viene baciato dalla tenue luce gialla ambrata che proviene dalle vetrate della cupola sopra la crociera. Non è semplice ottenere buoni risultati fotografici e non mi sono portato il cavalletto pesante ma quello leggero mezzo rotto (in via di rimpiazzo). Ma neanche voglio sprecare troppo tempo in pose, prove e riprove. Non è l’aspetto fotografico quello che più mi preme, quanto l’esplorazione… e sapevo quanto avrei dovuto scoprire quel giorno prima del tramonto!

Dopo aver scattato qualche decina di foto scendo le scale buie e mi trovo di fianco all’altare. Inizio a scattare di nuovo quando il telefono vibra: il mio socio G. è nell’area e gli dico che può raggiungermi in chiesa. Sono già le 9, accidenti il tempo è volato! Continuo a scattare, poi eccolo arrivare! Bello rivederlo, dopo Gennaio 2016 in S.! Commentiamo il posto e i danni che i ladri hanno fatto in chiesa: due terzi del bassorilievo di bronzo (ottone?) dell’altare sono stati asportati; nella sacrestia un’acquasantiera era a metà dell’opera, con il decoro superiore staccato dal muro e appoggiato su una cassettiera. G. inizia a scattare con la sua Hasselblad in zona altare, io mi spingo in fondo e completo le inquadrature. Appena in tempo, perché poi iniziano ad arrivare alla spicciolata altri esploratori/fotografi. La chiesa, l’ambiente più critico per gli scatti in caso di presenze umane, lo avevo ben documentato. Lasciamo il “campo di gioco” ai nuovi arrivati e facciamo per andare via ma vediamo delle scale che continuano a scendere. Andiamo! Fuori le torce e scendiamo nei sotterranei della chiesa!
Sottoterra il buio è quasi totale. Le torce illuminano barelle, sedie a rotelle, strumentazioni mediche depositate insieme ad arredi della chiesa. Questo è possibile perché i sotterranei della chiesa sono comunicanti con quelli dell’ospedale. Grazie alla torcia led riesco a fare qualche scatto anche qui, poi cerchiamo di spostarci nell’ospedale dai sotterranei ma una porta ben chiusa ci sbarra la strada. In compenso le porte che conducono alle intercapedini sono aperte: sono corridoi che girano intorno agli edifici, spesso percorsi da cavi e tubazioni, che scambiano aria con l’esterno grazie a grate sul soffitto. In questo modo l’umidità del terreno viene tenuta lontano dai muri perimetrali, che rimangono asciutti e isolati. È banale dirlo, ma veramente le cose non le fanno più bene come una volta.  

Corpo Centrale

Risaliti dai sotterranei della chiesa abbiamo raggiunto il corpo centrale, dove le cose più spettacolari sono la reception al pian terreno, ancora arredata con il bancone di legno e i lampioncini, lo scalone principale e la sala conferenze al primo piano. Per il resto sono tutti uffici vuoti, alcuni con parquet e con ancora le tende alle finestre. Uscendo ed entrando negli uffici ho notato una porta in una posizione strana, dietro non poteva esserci una stanza, troppo piccola; magari un ripostiglio. Provo ad aprirla, si apre e nasconde una stretta scala che sale… la percorro e mi ritrovo nel sottotetto. La luce filtra da alcuni lucernari. Uno di questi è completamente mancante e sotto di esso una pigna di tegole è un chiaro rialzo per poter uscire sul tetto. Mi affaccio e davanti a me appare il cortile interno con la cupola della chiesa che si staglia sul cielo azzurro. Le tegole del tetto al mio fianco sono ancora coperte dalla brina notturna che inizia a sciogliersi al sole. Faccio qualche foto e ridiscendo, ci aspetta l’ala est dell’ospedale.

Ala Est e Sotterranei

Dopo aver fotografato una lettiga in mezzo ad un pianerottolo e incrociato altri due fotografi, troviamo la camera della magnetoterapia, dove ci sono due letti per la terapia ancora seminuovi. Scendiamo le scale e percorriamo il corridoio del piano terra; si susseguono bagni e stanze tutte uguali e vuote. Questa area è piuttosto monotona, ma il discorso cambia quando scendiamo ancora le scale fino a trovarci nel corridoio sotterraneo. Il corridoio, percorso da tubazioni sul soffitto, sembra infinito e perdersi nell’oscurità. Qualche bocca di lupo fa entrare aria e un po’ di luce. Sui due lati si susseguono porte aperte e porte chiuse: sono magazzini, archivi, spogliatoi del personale colmi di oggetti ed effetti personali abbandonati lì; ci sono locali tecnici, quadri elettrici, la stanza della telefonia, locali di servizio, caldaie, autoclavi e poi i locali dei manutentori, come quello degli ascensoristi. Per non parlare dei magazzini per la manutenzione dell’ospedale! Materiali edili, piastrelle, marmi, tapparelle, vetri, tubazioni di ogni tipo, cavi, materiale elettrico, trasformatori, motori, pompe, pluviali, tegole ecc. ecc., insomma tutto quel che serviva per manutenere l’ospedale senza interventi dall’esterno. Qui abbiamo anche trovato un’intima stanza con boiserie, sicuramente molto vecchia; all’interno uno schedario con le cartelline dei manutentori: elettricisti, falegnami, idraulici, ecc. fotografie incorniciate e un vecchio flacone di vetro contenente ancora alcool denaturato. In un corridoio G. ha anche trovato l’angolo del porno: una scatola piena di VHS dai titoli scritti artigianalmente e una borsa di DVD, originali e copiati… e qui mi domando… ma chi ce li ha messi? Erano di qualche infermiere? Qualcuno se ne voleva disfare ed è venuto a lasciarli qui? MAH!

Tornando sui nostri passi incontriamo questa volta tutto il gruppo compatto degli altri esploratori, ci fermiamo a scambiarci qualche informazione e troviamo una stanza con quattro barelle metalliche sistemate sotto a un crocefisso; pensiamo sia la sistemazione provvisoria per i cadaveri destinati all’obitorio.
Torniamo al pian terreno, G. deve tornare a casa così lo saluto e mi dirigo verso il poliambulatorio, dove io stesso ho fatto più visite dermatologiche nel corso degli ultimi anni. È una strana impressione vedere luoghi in cui si è stati e diventati poi abbandonati. Visito tutti gli studi medici, fotografo quello in cui più volte sono stato visitato, completamente spoglio e chiudo qualche finestra spalancata, con la flebile illusione di aiutare il posto a salvaguardarsi un po’.
Ecco poi lo studio medico per i piccoli interventi, con la lampada scialitica ancora appesa al soffitto sopra al lettino, gli sportelli per il ritiro dei campioni di urina e feci, gli sportelli del CUP. Sono praticamente nell’ingresso una volta più trafficato dell’ospedale; è ora di pranzo e ho fame, ma voglio mangiare in un posto tranquillo e comodo, lontano dagli altri fotografi e dalla strada interna, dove ogni tanto transita qualche auto.

Padiglione Sud: Pediatria

Decido di entrare nel padiglione pediatria e di iniziare a visitarlo dall’alto per poi ridiscendere lungo i vari piani. Salgo le scale, salgo, salgo fino a che non arrivo sul tetto. È al sole, si gode di un ottimo panorama sull’ospedale, perfetto per il pranzo. Mi siedo, tolgo lo zaino e mangio riposandomi un po’. Si è alzato un discreto venticello, mangio tranquillamente, accompagnato dal rumore del vento tra i rami dei pini e dai tonfi delle lamiere, delle porte, delle finestre che si muovono e sbattono, vicine e lontane, mosse dall’aria.
Terminato il pranzo inizio l’esplorazione del padiglione. I muri e le porte sono decorati con personaggi delle favole e dei cartoni animati. I reparti dedicati ai bambini fanno sempre una certa impressione. Le stanze sono tutte vuote, nessun letto o lettino, solo gli attacchi dell’ossigeno sulle pareti, le mensole porta tv e poco altro. Questo padiglione al primo piano ha una terrazza interna al cortile, dove i genitori potevano uscire durante le interminabili attese; rimangono ancora una panchina e delle sedie. Scendendo al piano terra, verso l’ingresso carrabile per le autoambulanze, trovo due sale parto con lampade scialitiche, gli attacchi per aria compressa, aspirazione, ecc. e al muro gli orologi per controllare la durata delle operazioni. Poco distante una stanza ospita una specie di vasca idromassaggio arancione per il parto in acqua. Come mai non l’abbiano trasferita, non lo capisco. In un’altra stanza trovo una stretta scaletta a chiocciola che scende nell’oscurità. Accendo la torcia e scendo. Il sotterraneo copre l’intera lunghezza del padiglione ed ospita magazzini, spogliatoi, bagni per le infermiere del reparto pediatria e maternità. In molti armadietti ci sono ancora zoccoli, camici, riviste, spazzolini, deodoranti… perché queste cose sono rimaste qui? In fondo al sotterraneo trovo un’altra scala che mi riporta al pian terreno. In questa zona trovo una grande autoclave (?) e un’altra stanza per piccoli interventi corredata di lampada scialitica.
Esco dal padiglione, l’ho visitato completamente, passo davanti alla fontana vuota e rientro nel corpo principale dell’ospedale.

Padiglione Ovest e Palazzina Alta

Anche in questo caso salgo fino al secondo piano, con l’intento di ridiscendere via via ed esplorare tutti i piani. Quassù mi stupisce subito il fatto che sia le pareti che i soffitti abbiano già tutto l’intonaco che si stacca come coriandoli. Pensare che questo reparto è stato rimodernato e ristrutturato meno di dieci anni fa e che è abbandonato da due… questo tipo di deterioramento di solito l’ho trovato in costruzioni abbandonate da 30/40 anni! Vado fino in fondo al corridoio, che termina con l’uscita su un terrazzino che si affaccia a sud. Sulla destra delle finestre chiuse. Strano, non ho visto un corridoio a destra della porta a vetri. Rientro nel pianerottolo, guardo dalla finestra in direzione del terrazzino, ma dal lato nord e vedo un’altra serie di finestre chiuse, parallelamente a quelle che si affacciano sul terrazzo! Come può esserci un corridoio così stretto? Esco di nuovo sul terrazzo, non riuscivo a capacitarmi, quando ecco che mi accorgo che le finestre hanno la maniglia! In pratica pare si tratti di un semplice muro che protegge il balcone sul lato nord in cui hanno messo delle normali finestre con tapparelle. Anche se secondo me in mezzo qualcosa ci deve essere, vista la larghezza su Google Maps.
In fondo al balcone il piano è finito e mi tocca tornare indietro. Guardo l’orologio, non ho ancora molte ore di luce, forse un paio solamente e decido così di lasciare il padiglione ovest per raggiungere la palazzina alta attraverso i sotterranei. Torno al centro del corpo principale e scendo fino al sottosuolo. So che devo procedere in direzione nord ma mi trovo in un vero e proprio labirinto, dove tutto sembra uguale. Inizio a camminare per un corridoio lungo, lunghissimo. Provo a guardare dalle bocche di lupo in cerca di un riferimento all’esterno ma vedo solo il cielo e piccoli pezzi di facciata che, essendo tutti uguali, non mi aiutano affatto. Dopo parecchie decine di metri trovo una scala con delle scritte accennanti a una villa. Ho sbagliato clamorosamente strada e mi ritrovo nel punto più a ovest del complesso, le ex ville medici e villa S. In pratica sono dov’ero poco prima, ma 3 piani più in basso. Vabbè, già che sono qui decido che le visiterò velocemente. Davvero velocemente, perché sono decine di uffici tutti uguali e completamente vuoti. Al limite qualche foglio attaccato ai muri, qualche cavo, ma niente di più. Qui ho trovato anche il locale CED che ospitava i server, con il pavimento galleggiante e il sistema anti-incendio aerosol. Purtroppo, a parte qualche cavo e qualche scheda obsoleta non è rimasto null’altro. Ridiscendo le scale, torno nei sotterranei sui miei passi, in direzione est. Questa volta so che devo andare alla mia sinistra, così controllo ogni porta, ogni varco che mi si presenta. Ma il corridoio è lungo… tento di aiutarmi con il GPS del telefono, per capire dove mi trovo ma la posizione è poco precisa e non mi aiuta. Alla fine ecco un corridoio apparire a sinistra! Vado deciso, vedo sopra di me delle piastrelle in vetrocemento che fanno passare la luce; capisco che la strada è quella giusta, avevo visto dall’alto quelle prese di luce nell’asfalto. Arrivo infine a un bivio: a destra un corridoio che molto probabilmente conduce alla palazzina della lavanderia e poco più avanti una porta aperta, entro, ed eccomi finalmente in fondo alla tromba delle scale! Conto i piani, si, sono arrivato alla palazzina alta!

La strategia è la solita, salire tutte le scale per poi scendere un piano alla volta, esplorandoli. Questa volta però mi fermo subito per fotografare al primo piano una cabina telefonica Telecom (senza telefono purtroppo) e al terzo la luce del sole riflessa sulle pareti arancioni che crea un’atmosfera coloratissima. Arrivo in alto fino al sottotetto che però non offre nulla se non una colonia di piccioni che vi si è insediata, ricoprendo tutto di guano. Inizio quindi dall’ultimo piano. Approfitto dell’altezza per scattare da una finestra foto all’antistante centrale termica e al complesso della lavanderia. Il sole inizia a scendere e mi affretto con l’esplorazione.
Si tratta di una palazzina vecchia ma che è stata ristrutturata internamente in maniera moderna e diversa per ogni piano. Certi piani sono stati divisi in due, dato che erano occupati da diversi enti come il CRAL, il sindacato e altri uffici regionali. Gli uffici sono pressoché vuoti, qualche traccia dei lavoratori come scritte, foto, pupazzetti ma non molto altro. Trovo anche delle aule di informatica e delle aule per corsi di formazione. Al primo piano c’è la mensa per i dipendenti, ci sono i locali per la preparazione dei cibi ed è rimasta qualche attrezzatura da cucina come una grossa macchina lavapiatti. Al piano terra grandi stanzoni e altri uffici vuoti. Ridiscendo le scale, torno sottoterra, l’oscurità si fa sempre maggiore col passare del tempo. Accendo la torcia e imbocco l’altro corridoio visto in precedenza.

Lavanderia e Centrale Termica

Quando pensavo di aver visto già di tutto nei sotterranei, qui mi sono dovuto ricredere: laboratori, officine, strapiene di materiale e di utensili! Banchi da lavoro, seghe circolari, trapani a colonna, postazioni di verniciatura, tutto per le riparazioni quotidiane di un ospedale grande decine di migliaia di metri quadrati. Qui è rimasto tutto com’era l’ultimo giorno di lavoro: i calendari, i poster alle pareti, gli appunti sui foglietti in giro, i cestini dei rifiuti ancora pieni. Di fianco ai laboratori naturalmente bagni e spogliatoi, pieni di scarpe da lavoro, indumenti ed effetti personali.
L’unica luce è quella che entra dalle piccole finestre/bocche di lupo, gli spazi sono congestionati di oggetti e mobili, è davvero arduo scattare delle foto appena decenti. Terminata la visita a questi locali sotterranei arrivo in fondo al corridoio principale dove una scala conduce al piano terreno. Salgo la prima rampa ma un cancello chiuso mi sbarra la strada a pochi metri dall’obiettivo. Ridiscendo e trovo una porta che conduce all’intercapedine che gira intorno all’edificio. Costeggio i muri fino a che una scala non mi riporta al livello del suolo, all’esterno. Faccio il giro dell’edifico e trovo una porta aperta. Dopo uno zig-zag tra i bagni e aver scavalcato una distesa di materassi, raggiungo finalmente il grande locale della lavanderia. Una parte è completamente piastrellata, doveva essere dove veniva lavata la biancheria dell’ospedale. Qui trovo anche l’enorme autoclave e una stanza tipo cella frigo che attraverso letteralmente per raggiungere l’altra metà dell’edifico.
Qui un altro stanzone con un sacco di materiale raccolto e depositato. Ci sono vecchi mobili, una vecchia macchina che non riesco a capire cosa sia e addirittura una statua di Napoleone parzialmente imballata e stesa sul pavimento! Sembra di essere in un museo. A parte una grande stanza con tendoni alle finestre non c’è altro, provo a salire le scale ma si finisce nel sottotetto, sporco, buio, decisamente da tralasciare. Esco di nuovo all’esterno e mi dirigo alla piccola costruzione che mi separa dalla centrale termica: è il deposito materiali infiammabili ed è ben chiuso con una catena. Passo oltre e raggiungo la centrale con la bellissima e storica ciminiera, altro landmark dell’ospedale insieme alla cupola della chiesa. Apro una porta e sbaaaam! una stupenda mega caldaia blu davanti a me! E dietro di essa una sala dall’architettura antica, che mi ricorda molto la sala valvole piccole dell’Officina del Gas. Di fianco alla caldaia blu che si merita parecchi scatti, c’è un’altra caldaia nero opaco che sembra nuova di zecca, mai usata, con il cellophane ancora a proteggere il bruciatore anteriore. Qui si è al livello suolo, una passerella si affaccia sul piano interrato che ospita altre 2 caldaie, due cabine di controllo e manutenzione, tubi, valvole, uno spettacolo! Salgo sulle passerelle per scattare delle foto, poi scendo la scaletta e anche qui ne scatto parecchie: la luce continua a diminuire e l’esplorazione è quasi al termine.

Al buio, in un angolo nascosto, le tubazioni in partenza, con tutti i nomi dei reparti che le stesse vanno a servire. Salgo l’altra scala che porta all’ingresso principale. Qui hanno depositato parecchi motori di condizionatori, che circondano un antico carretto anti incendio di legno, splendido. Le porte sono lucchettate da questo lato, torno indietro ed esco di nuovo ai piedi della ciminiera a cui dedico qualche altro scatto, così come a un bidone di soda caustica adagiato nell’erba (spero vuoto!). Mi dirigo verso la strada interna ma scorgo una porta aperta dell’edificio lavanderia che conduce in un ambiente che non avevo esplorato perché non comunicante con il resto della palazzina. Dovrebbe trattarsi dell’ufficio tecnico o del guardaroba, a seconda delle mappe trovate. Una scrivania con segni d’uso risalenti a due anni fa, una macchinina di Cars, un caschetto da operaio giallo e altri oggetti d’uso comune. Fotografo una malinconica scritta “Auguri” che si sta scollando da una finestra prima di uscire e raggiungere la strada. Scatto qualche foto della facciata dell’ospedale con la luce del tramonto e ovviamente l’antica pesa, con la casupola della bilancia arredata con boiserie.
Mi avvio verso l’uscita, continuando a fotografare le facciate dell’ospedale, mentre decine di corvi gracchiano e volano tutti insieme in unica direzione. Arriva un’auto, nel dubbio mi nascondo dietro un angolo, passa, non mi ha visto. Prendo il vialetto che avevo percorso nella nebbia la mattina, torno nel mondo reale.

Conclusioni

Un’esplorazione davvero lunga, per lo più in avanscoperta, perché a parte la chiesa e la sala piccoli interventi del poliambulatorio, non sapevo cosa ci fosse “da vedere”. Ma a me piace esplorare, sono curioso, per cui anche se ho camminato per chilometri come un pazzo per stanze vuote, contando innumerevoli uffici, stanze, bagni e lavandini distrutti, sono stato soddisfatto. Ovviamente andando a colpo sicuro si possono risparmiare tempo ed energie.

Queste sono le aree che per mancanza di tempo ho saltato e che andrebbero verificate (anche se effettivamente esistono ancora!) in una seconda esplorazione:
– L’ala blocco operatorio e rianimazione;
– Piano terra, primo piano del padiglione ovest;
– Secondo e terzo piano del padiglione est;
– L’ala economato e cucina / convitto suore;
– Serra;
– Cabine Decompressione Metano:
– Autorimessa;
– Serbatoio Stoccaggio Ossigeno;
– Serbatoio Stoccaggio Protossido Di Azoto;
– Forno Inceneritore;
– Portineria esterna;
e potenziali altre chicche sparse per la pineta.

Queste sono invece le parti che sono state demolite, confrontando le vecchie mappe con l’attuale:
– Ex Abitazione Direttore Sanitario;
– Istituto Anatomia Patologica; questa sono più che sicuro che l’hanno demolita e quando lo seppi mi sono davvero arrabbiato. Era la camera ardente, una cappella costruita nello stesso stile della chiesa che davvero non mi capacito come possano avere avuto l’autorizzazione di demolire!
– Piccolo Stabularium;
– Ex Sezione INAM;
Questi quattro erano segnati in azzurro sulla mappa che ho trovato, quindi forse sono stati demoliti per primi. Poi c’erano:
– Ricoveri Automezzi;
– Spogliatoi;
– Pozzo acqua potabile N.1;
– Portineria di Servizio.

Edit: dopo la mia esplorazione e anche dopo la stesura del resoconto, ho appreso di svariati atti vandalici e furti di metalli perpetrati all’interno dell’ospedale. In particolare l’altare della chiesa è stato distrutto, alcune panche date alle fiamme e i muri imbrattati con scritte blasfeme fatte con spray rosso. Per questi motivi ho messo da parte il desiderio di tornare una seconda volta. Pare che invece questi aspetti non interessino agli Urbex stranieri, che hanno inserito la chiesa dell’ospedale nella loro lista di “figurine” da collezionare.

Le foto qui presenti risalgono a Dicembre 2017.